intervista di Luisa Canzoneri
Buongiorno, Mariagrazia, e grazie di essere nostra ospite. Partirei, se sei d’accordo, proprio da te. Scrittrice di due manuali (Fai spazio alla felicità, Macro Edizioni 2023; Non prenderla sul personale, Edizioni Lavoro 2024), consulente aziendale e xefortologa, ovvero “esperta del buttar via”: dicci di più!
Allora, partiamo dall’inizio: sì, mi occupo di “buttare via”, ma non nel senso frettoloso del termine! Sono una xefortologa, un termine di fantasia per descrivere quello che faccio: aiuto le persone e le aziende a liberarsi del superfluo – che sia materiale, mentale o relazionale – per fare spazio a ciò che conta davvero. È un mix tra decluttering, organizzazione e crescita personale.
I miei due libri nascono proprio da questo approccio. Fai spazio alla felicità è un invito a rallentare e imparare a scegliere, in un mondo dove c’è troppo di tutto: troppe possibilità, troppi oggetti, troppe informazioni, troppi pareri.
Non prenderla sul personale, invece, entra più nel mondo del lavoro e delle relazioni professionali. È un manuale pensato per chi lavora (soprattutto in team) e per chi gestisce persone. La mia esperienza nella consulenza mi ha insegnato che, anche nelle piccole imprese, una gestione delle risorse umane fatta con metodo fa davvero la differenza: aiuta a far crescere le persone e, di conseguenza, anche l’azienda.
Come si lega l’atto del “buttar via”, del “fare spazio” al contesto aziendale? Cos’è da considerarsi superfluo per un corretto funzionamento di un’impresa?
Nel contesto aziendale, fare spazio significa togliere ciò che rallenta, appesantisce o crea confusione. Parliamo di processi inutilmente complicati, riunioni infinite senza scopo chiaro, ruoli poco definiti, comunicazioni inefficaci… ma anche di convinzioni, abitudini o dinamiche relazionali che non funzionano più e che però nessuno mette in discussione.
Il superfluo, in azienda, non è solo una questione di “oggetti”: può essere un modo di lavorare che non è più adatto al presente, un sistema decisionale troppo rigido, o una cultura interna che premia il controllo invece della fiducia. Fare spazio vuol dire mettere in discussione l’automatismo dell’ “abbiamo sempre fatto così” e creare le condizioni perché le persone possano lavorare meglio, in modo più chiaro, fluido e motivante.
Vorrei soffermarmi sul titolo del tuo ultimo libro, Non prenderla sul personale. Si tratta di un’espressione che può provocare risentimento e stizza nella persona a cui viene rivolta. Sembra infatti sottintendere un’accusa di eccessiva emotività. Al contrario, tu l’hai resa sintesi di un approccio ponderato, ma non per questo privo di emozioni, alle sfide della vita lavorativa, a prescindere che si sia imprenditori, solopreneur o dipendenti. Potresti spiegarci in cosa consiste?
Non prenderla sul personale è una frase che, se detta nel momento sbagliato (o con il tono sbagliato), può suonare come una critica, quasi a voler zittire l’altro o a sminuirne le emozioni. Ma il senso che io ho voluto darle nel libro è tutt’altro: è un invito a fare un passo indietro, non per diventare freddi o distaccati, ma per osservare le situazioni con più lucidità.
Nel lavoro – che tu sia imprenditore, freelance o dipendente – siamo continuamente esposti a giudizi, aspettative, contrasti, decisioni da prendere, parole da dire o da ricevere. E non è raro che le situazioni vengano vissute sul piano personale, come se ogni feedback fosse un attacco o ogni errore una questione di identità. Questo però ci toglie energia, chiarezza e spesso anche efficacia.
Quali sono, per te, le tre regole auree per mantenere in equilibro logica e emozione?
Non è semplice tenere in equilibrio logica ed emozione, soprattutto quando le giornate sono cariche, le pressioni alte e il tempo poco. Però qualche “regola aurea” che cerco di seguire e trasmettere nei miei percorsi ce l’ho. Eccole:
Fermarsi prima di reagire. Prendersi anche solo qualche secondo prima di rispondere a una mail “storta”, a un commento sgradevole o a una richiesta stressante permette al cervello razionale di attivarsi e non lasciare campo libero alla parte emotiva che vuole solo “difendersi”.
Chiedersi “cosa mi sta attivando?”. Dietro a ogni reazione emotiva ci sono spesso un bisogno o una ferita non visibile subito: sentirsi riconosciuti, avere controllo, essere rispettati, non deludere… chiedersi “perché mi ha toccato così tanto?” aiuta a capire se è davvero la situazione oggettiva a pesare, o se ci stiamo portando dietro qualcosa di nostro.
Dare spazio a entrambe le voci. Spesso si pensa che per essere “professionali” si debba ignorare l’emozione. Ma io credo che l’equilibrio si trovi dando voce sia alla parte emotiva che a quella logica. Non devono vincere l’una sull’altra, ma dialogare. Una buona decisione, per esempio, tiene conto dei numeri e delle sensazioni. Allenarsi a farle convivere è uno degli strumenti più preziosi per vivere (e lavorare) bene.
In generale, si tende a incoraggiare la creazione di rapporti amicali tra i collaboratori dal momento che impatta positivamente sulla produttività generale. In che modo, però, l’amicizia può trasformarsi in un’arma a doppio taglio?
La verità è che al lavoro non siamo amici – o almeno, non per forza. E questo non vuol dire che non ci si voglia bene, che non ci si supporti o che non si creino legami forti e sinceri. Ma l’amicizia vera richiede un livello di intimità, fiducia reciproca e condivisione profonda che, semplicemente, non è detto ci siano – e soprattutto, non è detto debbano esserci in un contesto professionale.
Ovviamente, ci sono eccezioni: a volte nasce un’amicizia autentica, e ben venga. Ma il punto è non dare per scontato che “siamo una squadra” significhi “siamo amici”. Perché quando si confondono troppo i piani, si rischia di compromettere la chiarezza nei ruoli, la capacità di affrontare i conflitti o di dare feedback onesti. E questo, paradossalmente, danneggia sia il lavoro che le relazioni. Preferisco parlare di relazioni professionali sane, dove ci si rispetta, ci si ascolta, si crea un clima positivo e umano, ma si mantengono confini chiari. È lì che, secondo me, si lavora meglio, in maniera più produttiva e più serenamente.
Quali sono le dinamiche tipo che portano a una situazione nociva per il funzionamento dell’azienda o del progetto?
Le dinamiche che portano a situazioni nocive in azienda o all’interno di un progetto spesso non arrivano all’improvviso, ma si accumulano nel tempo, quasi in sordina. Una delle più comuni è la mancanza di comunicazione chiara: quando le cose non vengono dette apertamente, oppure si usano toni passivo-aggressivi, si innescano tensioni sotterranee che con il tempo erodono la fiducia e rendono i rapporti più rigidi. A questo si aggiunge spesso una confusione nei ruoli e nelle responsabilità: quando non è chiaro chi deve fare cosa, si creano sovrapposizioni, incomprensioni e, alla lunga, frustrazione.
Un altro elemento critico è la gestione del feedback. Quando manca del tutto, le persone vanno a tentoni, non sanno se stanno lavorando bene o male, e si sentono poco riconosciute. Ma anche quando il feedback c’è, se viene dato in modo scorretto o mal calibrato, può ferire e creare chiusura, anziché crescita.
Questo accade perché, in fondo, lavorare bene insieme non è affatto scontato, anche se ci piace pensare il contrario. Portiamo con noi – in ufficio, in negozio, da remoto – tutto il nostro bagaglio personale: abitudini, insicurezze, aspettative, bisogni di riconoscimento, paure di non essere all’altezza. E spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. A questo si aggiunge il fatto che, in tante realtà, si dà per scontato che “le persone si gestiscano da sole”, che basti avere un obiettivo comune per funzionare come squadra. Ma non è così.
La verità è che le relazioni professionali richiedono competenze specifiche, come saper comunicare in modo efficace, dare e ricevere feedback, affrontare i conflitti senza farsene travolgere. E sono competenze che nessuno ci insegna davvero. In più, c’è anche una certa paura del confronto: dire le cose come stanno spesso fa paura, perché temiamo di rovinare i rapporti o di essere fraintesi. Quindi si evita. E tutto questo crea quello che definisco “disordine relazionale”: una zona grigia dove i problemi non si affrontano, si trascinano.
In che modo allora tenere separate ma comunicanti la sfera personale e quella professionale?
Tenere separate ma comunicanti la sfera personale e quella professionale è, secondo me, una delle sfide più importanti (e sottovalutate) del mondo del lavoro. Non si tratta di costruire muri rigidi, ma nemmeno di mescolare tutto senza criterio. L’idea è creare un confine sano, che permetta di essere autentici senza diventare “invasivi” o, all’opposto, iper-professionali al punto da risultare distaccati.
La chiave sta nella consapevolezza: sapere chi siamo, cosa ci tocca, cosa ci motiva, e imparare a portare questa parte di noi nel lavoro in modo equilibrato. Non dobbiamo “spogliarci” della nostra parte personale quando entriamo in ufficio, ma nemmeno aspettarci che il contesto lavorativo accolga ogni aspetto della nostra vita privata. È un gioco di misura. Portare emozioni, valori, umanità sì – ma senza scaricare sugli altri le nostre fragilità non elaborate o aspettarci che il lavoro compensi mancanze personali.
Interessante anche se complesso. Per chiudere vorrei farti un’ultima domanda: come è possibile comunicare questa decisione in maniera efficace sia all’interno che all’esterno dell’impresa?
Sarò ripetitiva, ma il punto è essere chiari fin dall’inizio, e farlo con coerenza e rispetto. All’interno dell’azienda, la comunicazione parte dai comportamenti quotidiani: non basta dirlo, va dimostrato. Se chi ha un ruolo di responsabilità sa mettere confini con gentilezza, sa accogliere senza farsi travolgere, sa dare feedback con chiarezza ma anche con empatia, allora quel messaggio passa. È importante spiegare che avere relazioni professionali sane – e non per forza amicali – è una scelta di qualità, non di freddezza. Aiuta tutti a lavorare meglio, con meno fraintendimenti e più trasparenza.
In fondo, anche comunicare questa scelta significa dire: qui si lavora con rispetto, autenticità e chiarezza. Le persone contano, ma non si perde mai di vista il contesto in cui si sta lavorando. Ed è un messaggio che – se pensato bene – rafforza tanto l’identità interna quanto l’immagine esterna dell’impresa.


